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  • Writer's pictureRaoul Precht

Tra traduzione e interpretazione: le poesie di Carl Sternheim nella rivista 'Inverso'

Pubblico qui, ringraziando Giovanna Frene per l’ospitalità sulla bella rivista da lei diretta, «Inverso – Giornale di poesia», la traduzione di cinque poesie di Carl Sternheim, di cui ho cercato di rendere tanto lo spirito quanto la forma, aderendo per quanto possibile (rime comprese) all’originale. L’impresa in questi casi è comunque ardua, e giudicherà poi il lettore se io vi sia riuscito.

Carl Sterheim
Ritratto di Carl Sternheim del 1916 di Ernst Ludwig Kirchner.

Come spiego nel testo che accompagna la traduzione, Carl Sternheim (1878-1942) è stato tanto per cominciare uno dei massimi drammaturghi dell’Espressionismo tedesco, e quello che ebbe il maggior successo, spesso un succès à scandale, negli anni Dieci del secolo scorso. Il suo teatro, volto a épater le bourgeois ma soprattutto a mettere in ridicolo gli usi e costumi della borghesia dell’era guglielmina, ha rappresentato per molto tempo, con la sua forza satirica, un punto di riferimento per i drammaturghi più giovani, da Carl Zuckmayer a Bertolt Brecht. Caratterizzato, con il suo stile telegrafico, da una spiccata individualità, e quindi un espressionista al contempo al di fuori di ogni scuola e corrente, Sternheim ha saputo coniugare una critica sociale a volte anche aspra con un raffinato umorismo, mettendo alla berlina le pretese moralizzatrici e la morale edificante della società che lo circondava.


Autore anche di una fortunata serie di racconti nonché di un romanzo e di un volume di memorie scritto nel 1936, quando l’avvento del nazismo l’aveva già indotto a rifugiarsi a Bruxelles, Sternheim ha coltivato la poesia solo durante la prima fase della sua produzione, fino al 1904. Evidenti sono le influenze sul suo dettato poetico della lirica maggiore del suo tempo, quella di Stefan George, Richard Dehmel e Hugo von Hofmannsthal. Le sue poesie, mai tradotte in italiano, si riducono a una sola raccolta, Fanale!, edita nel 1901, a cui si aggiungono numerosi inediti.


Nelle sue prose, Sternheim è un autore che non ha alcuna remora a parlare nello stesso capoverso, se non addirittura nella stessa frase, di argomenti alti e bassi, a giustapporre sfere diverse come religione, economia e sesso, l’elevazione e la sordidezza. Si è parlato a giusto titolo di ricerca di uno choc estetico, ove tutte le usuali gerarchie cui il discorso è piegato si dissolvono creando nel lettore un salutare disorientamento. Il fine è quello di struccare la realtà, di cancellare anzitutto le patine che ci impediscono di riconoscerla per quel che è, e in un secondo tempo di analizzare le evoluzioni dei personaggi in un universo di cui ai lettori sono chiari i meccanismi e con il quale essi dovranno fare i conti, in base alle loro predisposizioni e alla loro ideologia.


Per Sternheim la quasi totalità degli scrittori espressionisti, con qualche eccezione fra cui spicca l’amico Gottfried Benn, era prigioniera di un universo retorico fatto di un insopportabile pathos e di un bagno nelle acque agitate di antiche saghe, universo che sostanzialmente prepara e prefigura il gusto fascista. Con il famoso saggio Lotta alla metafora! (1917), Sternheim tenterà di strutturare il proprio pensiero mettendo in relazione diretta etica e uso del linguaggio. Solo da un nuovo linguaggio, da lui utilizzato in particolare a teatro, possono scaturire idee nuove e rivoluzionarie, mentre quello da cui è assente qualunque traccia di riflessione teorica si riduce a mere formule o slogan. La serietà con cui persegue il suo obiettivo lo pone agli antipodi della satira, anche quando prevalgono gli elementi comici: per Sternheim l’idioletto borghese può essere denunciato solo quando, scomponendolo, se ne analizzino i valori. La realtà non si presta a satire, deve anzitutto essere riconosciuta come tale, e per farlo occorre analizzare i meccanismi del linguaggio e il modo in cui essi la alterano e la distorcono. Nei racconti, questo stesso approccio lo si riscontra nell’atteggiamento del narratore, il quale, anziché essere un narratore puro, uno che si limita cioè a raccontare una storia, è presente e attivo nel testo attraverso le proprie analisi e valutazioni di quanto avviene ai personaggi, mettendo in secondo piano l’approfondimento psicologico a vantaggio di una sostanziale immobilità e immodificabilità degli stessi. È sotto il profilo sintattico che gli straniamenti operati da Sternheim, ad esempio nell’ordine degli elementi nella frase o nell’uso dei tempi verbali, sono particolarmente evidenti ed esposti, tanto che non si può non condividere l’opinione di Robert Musil, il quale rilevava come “la sintassi cigola a basso volume ma continuamente, in modo tale da non far dimenticare neanche per un attimo che si tratta di una macchina”. Ciascuna frase, inoltre, sembra configurarsi come un’unità, scongiurando il nesso causale che s’instaura fra principale e secondaria, in una sequenza di proposizioni forti che ricordano nella loro pregnanza i fotogrammi cinematografici.

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