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  • Writer's pictureRaoul Precht

Scrittori e suicidio

È davvero impressionante la quantità di suicidi (o presunti tali, perché non sempre ne abbiamo l'assoluta certezza) fra gli scrittori del Novecento.


Eccone un breve elenco, sicuramente non esaustivo: comincia Carlo Michelstaedter nel 1910 a Gorizia, seguito da Georg Trakl nel 1914 (per overdose di cocaina durante la Grande Guerra), poi vengono due sommi poeti e scrittori ci culture tutt'affatto diverse e lontane come Sergej Aleksandrovič Esenin nel 1925, nell’albergo Angleterre di Leningrado, e Ryūnosuke Akutagawa, nel 1927.


Del 1930 è il suicidio di Vladimir Majakovskij a Mosca, nell'ormai famoso vicolo Lubianskij. Nel 1932 è la volta di Hart Crane, che si getta in mare di ritorno dal Messico, nel 1933 di Sara Teasdale.

Quanto agli anni ’40: nel 1941 Marina Cvetaeva nel suo esilio nella Repubblica tartara, nel 1945, in rue Saint Ferdinand a Parigi, Pierre Drieu La Rochelle, nel 1948 Osamu Dazai, che si getta, a Tokyo, nel fiume Tamagawa (anticipando di poco Celan), nel 1949 Klaus Mann, a Cannes.

Passiamo agli anni ’50: Cesare Pavese all’albergo Roma di Torino e John Gould Fletcher nel 1950, Tadeusz Borowski nel 1951, Norman Douglas (a Capri) nel 1952, Stig Dagerman a Stoccolma nel 1954, Aleksandr Aleksandrovič Fadeev nel 1956.

Anni ’60: Ernest Hemingway nel 1961, Sylvia Plath nel 1963, Randall Jarrell nel 1965, e Delmore Schwartz, al quale peraltro si ispira Saul Bellow nel Dono di Humboldt, nel 1966.

Gli anni ’70 sono una vera e propria ecatombe: nel 1970 Yukio Mishima nonché Arthur Adamov e Paul Celan, entrambi a Parigi, il secondo nella Senna, nel 1972 John Berryman, Yasunari Kawabata e Henri de Montherlant, quest’ultimo ancora a Parigi, nel 1973 William Inge, Guido Morselli a Varese, e Ingeborg Bachmann, nella sua vasca da bagno di via Giulia, a Roma (anche se qui si propende più per un incidente favorito da un eccesso di barbiturici). Nel 1974 è la volta di Anne Sexton, nel 1978 di Jean Amery a Salisburgo, nel 1979 di Lucio Mastronardi, naturalmente a Vigevano.

Negli anni ’80 abbiamo per primo Romain Gary in rue de Bac, a Parigi, nel 1980, Arthur Koestler a Londra nel 1983 e Primo Levi nella sua casa torinese nel 1987. Nel 1990 è la volta di Bruno Bettelheim, seguito nel 1991 da Jerzy Kosinski a New York, 57th Street, e nel 1996 da Amelia Rosselli, a Roma, in via del Corallo.

Alcuni di essi, va sottolineato, erano giovani o addirittura giovanissimi: 23 anni Michelstaedter, 27 Borowski, 30 Esenin, 31 Dagerman e Sylvia Plath. Altri hanno invece trovato la forza solo in tarda età: al momento di farla finita Bettelheim aveva 87 anni, Douglas 84, Koestler 78, Montherlant 76.

La domanda non è tanto perché o con quali modalità, la domanda vera è come interpretarle, tutte queste decisioni di darsi la morte, quale significato attribuire a un atto talmente individuale da non poter essere sottoposto ad alcuna generalizzazione. Eppure, si ha come l’impressione che un filo rosso ci sia, rosso perché insanguinato come lo è stato, malgrado loro, tutto il secolo.


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