In margine al romanzo Il mare dei poeti, da poco uscito per i tipi di Bordeaux, riporto qui, per ognuno dei quattro poeti tedeschi di cui racconto le gesta, la scheda biografica acclusa in appendice al libro e i testi tradotti allora, poi confluiti nella rivista Autobus (nn. 3-4, 1980). Per non far torto a nessuno, procedo in ordine alfabetico. In questa terza puntata è il turno di Johannes Schenk.
Johannes Schenk
(Berlino 2/6/1941 – 4/12/2006)
Nasce e cresce a Worpswede, paese della Bassa Sassonia famoso per aver ospitato fin dalla fine dell’Ottocento una colonia d’artisti (ne faranno parte fra gli altri la coppia formata da Otto Modersohn e Paula Modersohn-Becker nonché Fritz Mackensen e Fritz Overbeck, e Rainer Maria Rilke ne sarà un frequentatore abituale). All’età di appena quattordici anni, Schenk decide che Worpswede gli sta stretta e s’imbarca come mozzo, acquisendo gradualmente un’esperienza da marinaio provetto e facendo rotta, sei anni più tardi, per i mari del Sud sulla propria nave, che in realtà è una scialuppa di salvataggio abilmente trasformata. In seguito sarà anche sguattero, giardiniere, libraio, manovale, tecnico di scena alla Schaubühne di Berlino nonché poeta e scrittore. È autore di poesie, romanzi, racconti e opere teatrali. Fin dagli anni Sessanta ha vissuto in parte a Berlino e in parte a Worpswede, in un carrozzone da circo.
Trattoria da Dante
Natascia ed io abbiamo visitato Dante.
A Cannaregio, sul più piccolo canale
dell’ombreggiata e obliqua città di Venezia,
gestisce una trattoria dove mangiano i poveri.
Su grandi piatti, arrossati, gli spaghetti,
e arrossata dal sole che di sera scompare
e dalle grida degli uomini, gran bevitori di vino,
siede con gli occhi grossi la vecchia,
grossi quei suoi occhi a causa dei soldi
che non ci sono e del piatto semivuoto.
Lì accanto, il vino torbido, dal buon sapore
quando non c’è nient’altro, e non rimane che guardare
da un velo, alla finestra, le gluteose chiatte
sull’acqua. Come nel diciassettesimo secolo
dondolano al margine delle onde.
Le chiatte, mia cara, le gondole finemente
costruite, dalle fiancate oblique
e sopra le giacche nere della gente.
Qui a Venezia l’ufficiale giudiziario
arriva fino in casa su una nave. Crepitano
con forza, la sera, le saracinesche,
e spesso sono chiuse anche al mattino.
Alla luce tenera del sole che non penetra
a illuminare l’usignolo in gabbia,
divenuto giallo, e i fiori polverosi
che pendono all’ingiù, ora, poco prima
dell’inverno, quando soffia la tramontana
nelle stanze prive di riscaldamento,
ma poi ancora attenta nel lambire i ponti
inarcati, le oblique, calpestate, intagliate,
piene di nomi, piegate dalla paura,
le schiene dei ponti, la sera.
LÃ dove Dante senza allori ci versa da bere,
là dove il caffè è macchiato di latte
e il tavolo di vino sparso,
di sparse lacrime
e del chiarore di vecchie incisioni.
Ristampate a brutti colori,
con questa luce
che lascia trasparire tutto.
Questa luce che guarnisce i pilastri,
ai quali si ormeggiano le navi,
i negozi di cartoline, le chiatte,
in fondo gli sgabuzzini delle macchine,
lì dentro i motori sbuffanti.
Trasportano immondizia, racchiusa in sacchi
di plastica, mobili tavoli bottiglie di vino.
Dietro l’angolo la prua dell’ambulanza,
con la croce blu.
Queste auto sull’acqua.
Muratori riparano da una barca la casa
di Dante, che ci versa ancora da bere e porta
a quel vecchio là una scodella di minestrone.
Da lungo tempo ha dimenticato i versi
del passaggio per l’inferno e degli intrighi,
lanciati in fretta nella bocca del leone.
Arrivano fin dal doge. Le ombre
dei palazzi sui timori della gente.
Ancora oggi Venezia chiude alle nove e mezza,
si chiudono le porte e tu chiedi: ma che farÃ
la gente così presto nella notte? Cosa?
Non lo so dico io e giro con te
per i viottoli lungo il canale
e i sogni di navi, vele, stanze sull’acqua.
LÃ dove sul balcone di pietre tornite
il tuo alluce trema e noi osserviamo
tutta la storia. Tutta questa storia
di luci e ombre e serate teatrali.
Con un uomo alla ringhiera del canale,
l’uomo zoppica, avvolto in un mantello.
Alla luce dei lampioni, però, è giovane,
forse s’è rotto il piede sull’altra riva,
a Mestre, lavorando in fabbrica,
ora cammina lento nella sera come un’ombra
di cinquecent’anni. Il giovane lavoratore
veneziano col piede rotto, che domani
andrà all’ufficio del Partito Comunista
per sapere se e quando la fabbrica
può cacciarlo via.
I boss,
che non abitano più nei palazzi
sul Canal Grande, negli stupendi
non tanto ampi palazzi dalle finestre
delicate come le caviglie delle loro donne.
Loro, i dogi di oggi, vengono qui solo
in visita, a contemplare la ricchezza morente,
morente.
Autocommiserazione
Perché non dovrei io, Johannes Schenk,
i pantaloni appena calati,
il berretto poggiato sulla sedia,
piangere urlare battere i denti
e sfruttare la mia autocommiserazione
se la mattina verso le dieci e dieci
sì, l’orologio segna l’ora esatta,
mi affaccio alla finestra e vedo:
una donna in camicia da notte,
tra due dita uno strofinaccio
per strofinar via la rabbia
contro suo marito che ora siede in un’osteria
a bere un bicchiere alla sua salute,
alle sue calze nere e alle sue giarrettiere,
da lei ben lavate.
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