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  • Writer's pictureRaoul Precht

Bizzarrie fotografiche - parte II

La mia impressione personale nei confronti della fotografia, messa da parte l’invidia per chi riesce a trarne delle opere d’arte, è che, sebbene possa essere nel suo farsi estremamente complicata, essenzialmente si tratta di qualcosa di semplice: bloccare la contingenza, congelarla, per poter poi ripetere a piacimento un istante che di per sé (e nella realtà) è invece non solo fortuito, ma irripetibile. Nell'immagine, in altre parole, non c’è sviluppo, non c'è espansione retorica, così frequenti e anzi (direi) indispensabili nella narrativa.


(Anche se poi: non sarebbe bello un libro fatto solo d’istantanee, senza sviluppo romanzesco – solo istantanee pure? Cogliere un’impressione, importante agli occhi di chi scrive, e racchiuderla in uno scrigno di parole: non significherebbe, in un certo modo, conservarla per sempre, come in una fotografia ben riuscita?)


Ne nasce una contraddizione fra la riduzione a un solo istante e il fatto innegabile che questo istante, una volta immortalato, continua a vivere in noi e davanti a noi. È quello che Barthes chiamava lo choc fotografico, la rivelazione improvvisa di quanto era stato così bene nascosto e di cui non era a conoscenza nemmeno l’oggetto fotografato. E se inizialmente, per sorprendere, si fotografavano cose o persone importanti o notevoli, oggi accade semmai il contrario: è la fotografia a rendere notevole e importante il proprio oggetto.


L'altro concetto che mi sembra interessante, parlando di fotografia, è il seguente: forse solo in essa (o almeno non me ne vengono in mente altri, di esempi) il dilettante può essere, in taluni casi, superiore al professionista. La foto riuscita di un dilettante da un lato è infatti un miracolo, ma dall'altro si avvicina al senso più intimo dell’arte fotografica, che è quello di ottenere il massimo dal minimo, di rendere significativo ciò che per sua natura non lo sarebbe. Di fare tredici con la puntata minima. (Ripeto, perché qui diventa rilevante: non si fotografa più ciò che è notevole, ma si rende notevole ciò che si fotografa, per il fatto stesso di ritrarlo.)


Sarà anche per questo, come dimostra l'esempio di un grande artista contemporaneo come Gerhard Richter, che la pittura oggi si ritrova in qualche modo sottomessa (e quasi intimidita) dalla fotografia, succuba rispetto ai modelli che questa propone, comprese le imposizioni estetico-figurative. (Lontani i tempi in cui pittori come Ingres e Puvis de Chavannes firmavano pubblici appelli per reclamare la protezione dello Stato contro ogni forma di assimilazione della fotografia all’arte.) Anzi, come rileva giustamente Robert Pogue Harrison, "ogni epoca ha i suoi pregiudizi estetici, verso cui è cieca, e a noi sono toccati i pregiudizi della fotografia – contorni netti e fuoco perfetto." Mutatis mutandis, il discorso potrebbe ricordare anche la polemica fra CD e vinile: che l’imperfezione, il fruscio, aggiungano qualche cosa anziché sottrarla?


In ogni caso, le gerarchie sembrano essersi invertite da tempo. Del resto, torniamo all'assunto iniziale: la fotografia si esalta in e si riduce a un attimo fortunato, magari perseguito con ferma ostinazione ma non prevedibile a priori, mentre la pittura richiede tempo, lavoro, sofferenza, ripensamenti, corpo a corpo con la materia, con uno iato – ovvero uno scarto che può essere maggiore o minore, ma esiste sempre – fra le aspirazioni dell'artista e quello che riesce a produrre sulla tela. E il consumo che delle immagini fa la nostra società (non lo dimentichiamo) impone tempi brevissimi per la produzione, prima, e il riciclaggio, poi, delle immagini stesse.


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