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  • Writer's pictureRaoul Precht

Poesia e critica

Preview dell'articolo di Giovanna Frene

C'è un passo di Beppe Fenoglio in cui confessa serenamente di aver sempre provato "stupore per quello che i critici sanno trovare nel tuo lavoro e altrettanto stupore per quello che non sanno trovare". Ecco, con Giovanna Frene a me questo non è capitato, o meglio, dovrei semmai limitarmi alla prima parte dell'assunto qui citato, e cioè allo stupore per le numerose cose che lei ha saputo trovare, con (per me) misteriose qualità da rabdomante. Perché quello che Giovanna riscontra nelle mie poesie, e di cui ha dato conto, in modo conciso ma esauriente, nella sua postfazione a "La bellezza al suo apparire", io non mi sarei neanche lontanamente sognato di vedercelo, nemmeno nella più rosea delle autovalutazioni. (E sappiamo bene quanto queste possano essere fallaci…) Eppure ora, a posteriori, nei concetti espressi da Giovanna mi riconosco pienamente: non nelle lodi e nella valutazione fin troppo generosa, intendiamoci, ma nelle caratteristiche generali del mio fare poesia che Giovanna ha saputo isolare e descrivere così bene.


Non paga di aver scritto questa acuta e affettuosa postfazione, Giovanna mi fa ora anche un altro regalo: quello di proporre sulla rivista online Inverso – Giornale di Poesia, che alimenta con grande impegno e perseveranza, una scelta dei componimenti editi da Arcipelago itaca nel volume "La bellezza al suo apparire", uscito appena un mese fa.


Ne ha scelti cinque, Giovanna, tratti dalle mie elegie romane, che nel libro chiudono il trittico delle elegie (le altre due sono dedicate a Matera e a Venezia). In queste cinque poesie, in particolare, racconto a modo mio diversi momenti storici e atmosferici della capitale attraverso alcuni personaggi straordinari che hanno calcato le scene romane: c'è quindi la storia di Gino Coppedè e dello straordinario quartiere che ne ha preso il nome, dove il caso vuole che il sottoscritto sia nato, quale uno degli ultimi (credo) "nati in casa"; c'è poi quella del cardinale Albani ridotto in rovina dall'amore per l'arte, da frequentazioni illustri – quella di Mengs, quella di Winckelmann – e dalla sua stessa prodigalità; e c'è poi quella di un giovane americano, un modesto aspirante pittore che in seguito, nel suo paese, diventerà un apprezzato docente di storia dell'arte, ma che soprattutto fu anche – per quei casi della vita che la rendono così interessante – l'inventore dell'alfabeto Morse. Per finire (ma la raccolta non finisce certo qui) con l'invettiva, assai novecentesca, di Giovanni Papini profferita il 21 febbraio 1913 al Teatro Costanzi di Roma, fra le proteste e le urla belluine degli astanti, contro "l'urbe di tutte le rettoriche", ai suoi occhi già insopportabile, e soprattutto contro un popolo romano pigro, asservito al papato e quindi da sempre fin troppo avvezzo alla "minestra di frati".


Ci si può chiedere, tuttavia, se il giudizio di Papini non fosse un po' troppo sprezzante. Anche perché, come scriveva nel romanzo "Abba Abba" un altro famoso ospite della Capitale, Anthony Burgess, "Rome doesn't change, Rome must not be viewed temporally. No work for an outsider." Ci vuole forse insomma un romano per fare davvero i conti con questa metropoli.

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