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  • julianprecht

Ana Blandiana: chi è il padre?

Scrive la poetessa rumena Ana Blandiana nella poesia “Tatăl” (“Padre): “Niciodată / Când văd o vorbă gravidă / Nu ştiu cine e tatăl”, ovvero: “Mai / quando vedo una parola gravida /so chi è il padre” (da: Un tempo gli alberi avevano gli occhi, Donzelli, Roma, 2004).

E ha perfettamente ragione: chi è davvero l’autore di cosa?


Faccio un passo indietro. A volte capita che un libro possa nascere da una lettura fatta a scuola quarant’anni prima. Ricordo che frequentavo una delle ultime classi delle elementari, e che un bel giorno leggemmo in classe una parabola, non so se tratta da uno dei Vangeli canonici o da uno apocrifo. O forse nessuno dei due, magari era semplicemente la rielaborazione di uno scrittore contemporaneo, ormai non saprei più precisare meglio le mie fonti. Fatto sta che il contenuto della parabola mi fece un’enorme impressione. Parlava di Gesù, di una delle innumerevoli scarpinate con i discepoli attraverso il deserto. All’inizio del cammino Gesù indica ai suoi discepoli un sacchetto di ciliegie che qualcuno aveva negligentemente lasciato su un muretto, ma nessuno lo ascolta. Nessuno di loro, in realtà, ha voglia d’inchinarsi davanti a qualcosa di così banale e inessenziale. Senza dir nulla, è Gesù stesso, allora, a piegarsi, per raccogliere e mettere via il sacchetto. Dopo qualche chilometro, al sole impietoso del deserto, tutti cominciano a essere stanchi e assetati e darebbero chissà cosa per un sorso d’acqua. Gesù, allora, senza farsene accorgere, si fa cadere ogni tanto una ciliegia dalla manica, e osserva divertito come dietro di lui i discepoli facciano a gara per raccoglierle e mettersele subito in bocca, in cerca di refrigerio. La cosa si ripete più volte, fino a esaurimento della scorta. È solo a quel punto che Gesù raduna i discepoli e dice loro, più o meno: “Se vi foste chinati all’inizio, quando ve l’avevo indicato, a raccogliere il sacchetto di ciliegie, avreste faticato molto meno. Così, invece, siete stati costretti a piegarvi in continuazione.


Il significato della parabola è lampante e non vale evidentemente solo per le ciliegie, ma per qualunque cosa possa dare, nella vita, un minimo di refrigerio, e in primo luogo, quindi, per le idee. È per questo, probabilmente, che quando leggo un libro o un articolo e m’imbatto in qualcosa che m’interessa o mi colpisce, prendo nota, al punto da ingaggiare con certi autori un dialogo serrato che va al di là delle persone fisiche, ma passa appunto attraverso la parola scritta e pubblicata. Queste riflessioni confluiranno poi inevitabilmente nella mia opera, di solito in modo indiretto, previa rielaborazione, altre volte a mo’ di citazione, ma in ogni caso non ho mai ritenuto, pur essendo per altri versi pigro, che si potesse lasciar marcire una ciliegia per terra. La raccolta della sophrosyne, del discernimento, della saggezza, non è mai esente da un minimo di fatica fisica. Forse è proprio questo a renderla così tonificante.


Se dunque ci si china a raccogliere qualcosa che appartiene a qualcun altro, e lo si fa proprio, si compie necessariamente un’azione sleale? Oppure, per vedere la questione da un punto di vista simmetricamente opposto, è mai possibile, oggi, pensare qualcosa di affatto inedito, su cui nessuno abbia mai riflettuto ed espresso un’opinione, o siamo sempre e comunque immersi in un continuum spazio-temporale e culturale che ci impedisce di sganciarci completamente da una certa tradizione e di configurarci quali fenomeni unici? Fatto sta che, usando le idee e le parole di qualcun altro, mi sto forse macchiando anch’io di un’appropriazione indebita, anche perché il più delle volte l’altro in questione non ne sa nulla. In altri termini, mi tramuto in un plagiatore e spaccio per mio qualcosa che non mi appartiene se non in minima parte. Ora, l’etimologia fornisce spesso un contributo interessante. In greco la parola plagios vuol dire furbo, intrigante: si considerava tale in particolare colui che si appropriava degli schiavi altrui, il ladro di schiavi, quindi. Per estensione, il termine ha finito per definire poi i ladri di bambini, e in seguito, grazie a un ulteriore ampliamento semantico, coloro che “rubano” le opere di altri scrittori o pensatori, opere che per questi ultimi rappresentano dei figli figurati. C’è tutta una tradizione, da Marziale in poi, che identifica le opere letterarie con i figli, così come, del resto, le opere falsamente attribuite si chiamavano in greco nothos, ovvero bastarde. (A questo proposito si veda Marie Darrieussecq, Rapport de police, P.O.L., Parigi, 2010. Ma la bibliografia è sterminata: da Barthes a Foucault, da Freud a Michel Schneider, solo per citarne alcuni, il plagio, con le sue zone grigie, rappresenta un tema studiato sempre con grande passione.) Nell’antica Grecia il plagio, inteso come appropriazione di opere ed espressioni altrui, era universale; ma altrettanto universali erano le accuse di plagio che gli scrittori si scambiavano. E direi che non sia cambiato molto, se si pensa che fra gli autori rimasti invischiati in quest’accusa vanno annoverati Freud, Celan, Mandel’štam, Majakovskij, Kiš e perfino Daphne Du Maurier per Rebecca, dove il fantasma della prima moglie si salda con quello di un presunto libro altrui.


Per quanto mi riguarda, sono abbastanza tranquillo. Non rischio troppo, e non tanto per la mia presunta prudenza, quanto perché il mio approccio a certe cose è piuttosto maniacale. In altre parole, cerco di citare sempre le fonti, quando mi sono note. Cosa succede però quando dietro un determinato pensiero non c’è una fonte ben individuabile? Cosa succede quando rifletto a ruota libera, e il risultato delle mie riflessioni collima con qualcosa che anni prima potrei aver letto, e che magari ha lasciato, come la parabola delle ciliegie, una traccia sotterranea ma indelebile? Scriveva Michel Schneider a p. 393 del suo Morts imaginaires (Gallimard, Parigi, 2003): “Peut-être tout auteur est-il le fantôme d’un autre auteur, tout livre le miroir d’un autre livre.


In questo caso, non c’è dubbio, divento anch’io un plagiatore, e per di più un plagiatore contento, soddisfatto di essersi abbeverato a una fonte che ancora lo nutre e lo sostenta.



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